Ci sono sodalizi che non svaniscono mai. Ci sono amicizie foraggiate e cimentate dallo sport, in grado di rimanere per sempre scolpite nella memoria di chi le ha viste nascere e crescere assieme.

Claudio Percoco non è un nome qualunque nel calcio giovanile italiano. Un curriculum speso presso alcune delle più importanti compagini romane, tra cui Roma e Lodigiani, dove sul finire degli anni ottanta ha guidato Giovanissimi Allievi, instaurando il duraturo rapporto con Remo Caffaelli, scomparso qualche settimana fa.

“L’ho conosciuto nel 1988, quando arrivai alla Lodigiani – esordisce -. Lui era preparatore dei portieri, a me invece fu affidata una rosa molto competitiva, tra cui spiccava un certo Roberto Stellone. Quello che mi colpì fu la sua professionalità e, di conseguenza, l’impatto che aveva con i colleghi. Era il “padre” di tutti i suoi ragazzi e curava molto l’aspetto motivazionale, cercando di recuperare gli elementi più deboli”.

L’addio alla Lodigiani e il prosieguo della collaborazione. “Sagramola ci diede comunicazione nello stesso periodo – ricorda -. Io ci rimasi un po’ male perché avevo manifestato la volontà di restare, magari con uno spazio d’azione differente. Per Remo fu ancora peggio. La prese malissimo perché non se l’aspettava minimamente essendo là da anni. Probabilmente fummo inglobati in un’azione di ringiovanimento dei quadri. Mi rimboccai le maniche, trovando subito un impiego alla Tor Tre Teste, dove senza neanche pensarci chiamai Caffarelli. Quell’anno – racconta – la Lodigiani non aveva confermato Giovanni Proietti, un portiere molto dotato. Lo prendemmo e Remo contribuì al suo rilancio, tanto che la Lodigiani l’anno successivo lo riprese permettendogli di disputare una buona carriera in Serie C. Considerando che solo dodici mesi prima aveva rischiato di sparire nei dilettanti, direi che il lavoro fatto fu ottimo”.

Il passaggio alla Roma. “Successivamente io andai alla Roma e per un po’ non abbiamo più lavorato assieme. Quando approdai alla Spes Montesacro – dice – lo richiamai. Portandolo anche all’Almas e, infine, ala Roma Team, che era dietro casa sua”.

Buona parte della vita professionale trascorsa assieme. “I ricordi che ho del Remo professionista – evidenzia – vanno dalla semplicità con cui parlava del passato, senza presunzione, alla semplicità d’animo. Malgrado avesse militato sempre in grandi squadre. Era una persona semplice, dai sentimenti puri. Legatissimo ai valori della famiglia. Quando si andava a pranzo da lui si notava la grande coesione familiare ma anche il suo attaccamento morboso al calcio. Era un qualcosa che lo ringiovaniva incredibilmente. Fino a quando ha potuto è rimasto in campo, con grande dedizione e semplicità. Ecco, penso che quest’ultima sia la parola che meglio lo descrive. Oltre alla bravura e alla preparazione. Ogni direttore sportivo dovrebbe circondarsi di personaggi con questa caratura”.

“Spesso – rammenta ancora – commentava con me la tattica delle squadre che allenavo. Era competente a 360 gradi. Non è un caso che in molti, anche su Facebook, lo abbiano ricordato calorosamente. Mi è rimasto impresso il commento di un mio portiere, che generalmente non facevo giocare la che lui motivava sempre al massimo. Cercando di non farlo abbattere. Fortunatamente si è tolto parecchie soddisfazioni”.

L’Italia è stata per anni un’eccellenza tra i pali, mentre negli ultimi anni il livello è palesemente calato.“Ci sono tante motivazioni – spiega – che hanno determinato il livellamento verso il basso. Oggi si preferisce un lavoro globale, molto tattico e meno tecnico. I preparatori scimmiottano metodologie adottate dai professionisti, senza tener conto però del bagaglio posseduto da questi ultimi. Un po’ come succede con la tecnica individuale che una volta era primaria. I giovani preparatori si sono adeguati a lavorare in maniera più dozzinale, dando meno spazio all’analisi e alla tecnica. Soprattutto per un ruolo fondamentale come il portiere. Non so se l’iperbole discendente di cui sopra è legata a ciò, di certo bisognerebbe fare dei seri esami sulle metodologie utilizzate e dare input dai vertici calcistici per non tralasciare metodi e tecniche utilizzate lungamente durante gli anni d’oro del calcio italiano”.

“La Lodigiani in cui ho militato – ricorda – era un club altamente professionale. Facevamo riunioni tecniche in cui apprendevamo sempre qualcosa di nuovo. Sagramola riusciva a coinvolgere chiunque venisse alla Borghesiana. Ricordo in particolar modo Sven Goran Eriksson, che ci spiegò la sua innovativa zona a tre, utilizzata all’epoca con il Benfica. Io ne rimasi affascinato e provai a importarla nel settore giovanile ottenendo buoni risultati. Anche gli insegnamenti di Sergio Vatta – responsabile del settore giovanile del Milan – furono fondamentali. Erano anni d’oro, anche per come ci muovevamo. Con la Berretti eravamo gli ultimi ad andare in trasferta dal giorno precedente. Il presidente Malvicini non badava a spese. Questo lavoro di continuo aggiornamento delle proprie conoscenze – svela – non l’ho ritrovato alla Roma, ad esempio. Là si arrivava alla domenica senza avere mai un interlocutore tecnico”.

L’Atletico Lodigiani cosa può rappresentare? “Penso che ovviamente sia impossibile ripetere la storia di quella Lodigiani. Si può prendere spunto da quello che essa ha rappresentato. Sicuramente – ammette – personaggi come Mastropietro e Ceci sono punti di riferimento in grado di indirizzare al meglio il lavoro. Mentre essersi stabiliti al “Francesca Gianni” è un grande segnale”.

Il calcio di oggi è materia assai diversa rispetto a qualche decennio fa. “Ormai come nella società – sottolinea – anche in questo sport non esiste più il ceto medio. Ci sono soltanto eccellenze o realtà approssimative, che pur avendo buone strutture vogliono solo ottenere risultati immediati, penalizzando l’aspetto tecnico e la crescita giovanile. Dimenticando però l’obiettivo: far arrivare più in là possibile i propri ragazzi. Se si imposta la didattica esclusivamente sul risultato si crea il deserto a livello di professionalità. Serve equilibrio e occorre non esaltare l’aspetto agonistico per vincere a tutti i costi, facendo giocare sempre i soliti undici e lasciando gli altri bivaccare. I giovani – afferma – devono giocare tutti. Va bene la selezione ma non si possono tollerare ragazzini che si alzano la domenica mattina, magari andando fuori Roma, per non giocare neanche un minuto. Io sono sempre stato sensibile sotto questo aspetto, pur raggiungendo i miei risultati.

E il ruolo degli allenatori come è evoluto? “Penso si debba avere un’autonomia gestionale del gruppo, sapendo però che c’è sempre una figura al di sopra pronta a osservare in maniera che ci sia sempre confronto. È importante avere dirigenti che abbiano attitudini e non solo bravi a compilare una lista. Oggi è fondamentale avere rapporti con i genitori e saperci interagire in maniera oculata. Per questo credo che vada rivalutata la figura del dirigente accompagnare, ad esempio. Lo staff vince sempre perché se si delega tutto a una sola persona si va incontro a una “dittatura”, quando invece le vittorie e le sconfitte sono di tutta la società. E non del singolo”.

Sui club. “Devono avere una strategia ben definita sin dall’inizio della stagione. Chi accetta di lavorarci deve conoscere questa concezione, senza violentare i ragazzi dal punto di vista sportivo o trattarli come oggetti. Tutte le componenti devono essere sullo stesso piano, per una crescita sana e per il rispetto degli impegni sportivi ma anche scolastici, che sono fondamentali per vivere liberamente la propria passione”.