Ieri abbiamo ricordato Remo Caffarelli, storico preparatore dei portieri dell’AS Lodigiani 1972. Lo abbiamo fatto dedicandogli qualche riga sul nostro sito, riportando anche alcuni commenti lasciati sul Facebook dal figlio Alessandro. Oggi lo abbiamo contattato, raccogliendo alcune testimonianze e alcuni ricordi del papà e di quello che era l’ambiente biancorosso all’epoca.

“Mio padre era un malato per la Lodigiani – esordisce Alessandro – ed è stato uno dei primi allenatori assieme a Percoco e Neroni. Io all’epoca seguivo tutte le partite, mio padre cominciò a portarmi sin da bambino. Ricordo che in porta c’era Valentino Coccunato, un suo “prodotto”. Durante le gare lui si metteva dietro la porta per spronarlo e dargli consigli. Ricordo un “Francesca Gianni” quasi sempre gremito. Era la squadra di San Basilio, con il quartiere aveva stabilito un rapporto speciale. Identitario. Successivamente – continua – ci siamo spostati al Flaminio e là il club è di fatto diventato la terza squadra della Capitale, anche se il pubblico è sensibilmente calato. In compenso arrivavano tifoserie numerose e rumorose dal Sud, in particolar modo dalla Campania”.

“In quegli anni – evidenzia – gli allenatori erano orgogliosi di allenare la Lodigiani. Perché fondamentalmente “prendevano a pallonate” tutti (sorride, n.d.r.). A volte anche Roma e Lazio venivano sconfitte malamente. Con la maglia biancorossa ricordo Totti e in particolar modo un suo gol strepitoso: uno stop di petto a centro campo e un tiro al volo da quaranta metri che finì in rete. In casa abbiamo ancora una gigantografia di mio padre con lui”.

Caffarelli è ricordato da tutti come un lavoratore serio e di poche parole. “Si faceva rispettare da tutti i giocatori e tutti riuscivano a dare il massimo – ricorda -. Ci teneva che i suoi ragazzi avessero rispetto, cominciando dalle piccole cose: non voleva che nessuno bestemmiasse e che i giocatori dessero sempre del “lei” all’arbitro, avendo il massimo rispetto delle istituzioni

A San Basilio son passati tanti nomi e tanti sogni coltivati tra i pali. “Oltre a Coccunato – afferma -, che è stato senza dubbio uno dei suoi migliori allievi, va ricordato Valerio Fiori, arrivato stabilmente in Serie A con Lazio, Cagliari e Milan, nonché in Nazionale Under 21. Su di lui mio padre ha sempre detto che era un gran bel portiere, seppur qualche lacuna a livello caratteriale. Mentre secondo lui Coccunato ha sempre giocato sottocategoria”.

L’aspetto mentale è sempre stato uno dei punti cardine del lavoro di Caffarelli: “Prendeva moltissimi appunti – evidenzia -, sia per la parte tecnica che sulle dinamiche di movimenti del portiere. Aveva scritto una sorta di manuale in cui descriveva tutte le tipologie di allenamento da applicare ai portieri, ma penso lo facesse più per un discorso mnemonico. Pur essendo di poche parole, comunque, riusciva a dare grande attenzione all’aspetto mentale. Se c’era un bambino che sbagliava o si bloccava alla prima difficoltà, cercava di sbloccarlo distribuendo il peso della responsabilità su tutta la squadra. Spiegandogli come impostare il rapporto con gli altri compagni di squadra. A livello tecnico – rammenta – impostava dei veri e propri ragionamenti “geometrici”: il portiere doveva immaginare una linea dritta e dall’estremo disegnare un triangolo in cui lui doveva sempre stare per non perdere i punti di riferimento quando la squadra avversaria attaccava. Così gli spiegava la posizione corretta da tenere durante il match. Spesso ci parlava anche nel bel mezzo della partita, incitandolo in caso di errore e invitandolo a pensare alla prossima parata anziché all’errore compiuto”.

Tante cose sono cambiate nel calcio di oggi. “Gli interessi economici c’erano anche allora – ammette – e ovviamente in tanti volevano fare business. La Lodigiani ha applicato un modello che ricalcava quello dell’Ajax. Però li formavano anche caratterialmente, cosa che oggi avviene davvero di rado. Basta guardare una partita dei più giovani: bestemmie continue, genitori sguaiati, poco rispetto delle regole. Queste cose all’epoca non si potevano fare, venivi sostituito immediatamente. Alla base c’era la crescita dell’uomo. Mio padre diceva ai suoi portieri di credere sempre in quello che facevano e che la prima cosa in assoluto era lo studio. Perché anche essendo forti non era matematico l’approdo al calcio che conta, soprattutto se veniva a mancare quel pizzico di fortuna che è necessario in ogni campo”.

Poi conclude: “Una cosa è certa: alla Lodigiani se non sapevi giocare a pallone non ci entravi proprio, a prescindere da ogni amicizia o scorciatoia. C’era una selezione naturale, fermo restando – come detto – che la prima cosa doveva essere l’educazione e la responsabilizzazione. Avevano creato un modello che era avanti di venticinque anni”.